Gli articoli di questo blog sono scritti dagli studenti dell'Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo" che svolgono il tirocinio presso la Biblioteca della Fondazione Carlo e Marise Bo.

28 aprile 2015

Italo Calvino: Le città invisibili e gli scacchi

Pubblicato nel 1972, Le città invisibili è un romanzo di Italo Calvino in cui l'autore ricorre alla tecnica della letteratura combinatoria. Il carattere combinatorio del romanzo risulta evidente osservando la sua struttura: l'opera è costituita da 55 brevi testi in cui vengono descritte città immaginarie, raggruppate in nove sezioni in base ad alcune caratteristiche che le accomunano.
Le descrizione delle città sono collegate tra loro attraverso una "cornice", ossia quello spazio testuale dedicato alla rappresentazione del contesto, della situazione nella quale la descrizione di città ha luogo. In questo caso nella cornice è presente un dialogo tra Kublai Kan, imperatore dei Tartari, e Marco Polo, che gli descrive le città da lui visitate in qualità di suo ambasciatore.
Nell'invenzione di Calvino, il mercante, non conoscendo la lingua dell'imperatore, comunica attraverso gesti e oggetti che il sovrano deve poi interpretare.

Le città Invisibili, illustrazione di Arianna Favaro 

In un passo de libro l'imperatore invita Marco a descrivergli le città che ha visitato servendosi solamente degli scacchi. 

"Tornando dalla sua ultima missione Marco Polo trovò il Kan che lo attendeva seduto davanti a una scacchiera. Con un gesto lo invitò a sedersi di fronte a lui e a descrivergli col solo aiuto degli scacchi le città che aveva visitato. Il veneziano non si perse d’animo. Gli scacchi del Gran Kan erano grandi pezzi d’avorio levigato: disponendo sulla scacchiera torri incombenti e cavalli ombrosi, addensando sciami di pedine, tracciando viali diritti o obliqui come l’incedere della regina, Marco ricreava le prospettive e gli spazi di città bianche e nere nelle notti di luna. Al contemplarne questi paesaggi essenziali, Kublai rifletteva sull'ordine invisibile che regge le città, sulle regole cui risponde il loro sorgere e prender forma e prosperare e adattarsi alle stagioni e intristire e cadere in rovina. Alle volte gli sembrava d’essere sul punto di scoprire un sistema coerente e armonioso che sottostava alle infinite difformità e disarmonie, ma nessun modello reggeva il confronto con quello del gioco degli scacchi. Forse, anziché scervellarsi a evocare col magro ausilio dei pezzi d’avorio visioni comunque destinate all'oblio, bastava giocare una partita secondo le regole, e contemplare ogni successivo stato della scacchiera come una delle innumerevoli forme che il sistema delle forme mette insieme e distrugge. Ormai Kublai Kan non aveva più bisogno di mandare Marco Polo in spedizioni lontane: lo tratteneva a giocare interminabili partite a scacchi. La conoscenza dell’impero era nascosta nel disegno tracciato dai salti spigolosi del cavallo, dai varchi diagonali che s’aprono alle incursioni dell’alfiere, dal passo strascicato e guardingo del re e dell’umile pedone, dalle alternative inesorabili d’ogni partita. Il Gran Kan cercava d’immedesimarsi nel gioco: ma adesso era il perché del gioco a sfuggirgli. Il fine d’ogni partita è una vincita o una perdita: ma di cosa? Qual era la vera posta? Allo scacco matto, sotto il piede del re sbalzato via dalla mano del vincitore, resta un quadrato nero o bianco. A forza di scorporare le sue conquiste per ridurle all'essenza , Kublai era arrivato all'operazione estrema: la conquista definitiva, di cui i multiformi tesori dell’impero non erano che involucri illusori, si riduceva a un tassello di legno piallato: il nulla... "

Allo stesso modo il lettore ha davanti a sé un libro composto da capitoletti che possono essere visti come tessere di una scacchiera e che devono essere interpretati, mettendoli in relazione l'uno con l'altro, per riuscire a dedurne il significato. La struttura "poliedrica" del romanzo, creata dalla cornice e dalla suddivisione in sezioni, permette diverse interpretazioni e si presta a letture trasversali dell'opera, offrendo al lettore la possibilità di leggere in modo lineare, seguendo una raggruppamento oppure prendendo in analisi ogni singola città.
In Calvino la partita a scacchi tra Kublai Kan e Marco Polo si trasforma in uno strumento di conoscenza, virtuale e insieme razionale, delle infinite combinazioni di conquiste e di accumulazione di tesori possibili. 
Questa componente combinatoria si lega fortemente all'indole saggistica e metaletteraria di Calvino, ogni breve capitoletto de Le città invisibili rappresenta una tappa del viaggio di Marco Polo, ma lo scopo della scrittura non è puramente descrittivo, bensì ha come scopo quello di sviluppare una riflessione, proposta in termini metaforici ma che comprende la dimensione esistenziale e morale di ogni società civile. 
È questa del resto una qualità tipica di ogni testo letterario, ma in special modo di quello poetico, che,con la sua struttura retorica fatta di echi e di rimandi , induce il lettore a rallentare la lettura e a non condurla solo linearmente e sempre in avanti. Anche se Le città invisibili non sono composte in versi, la struttura poliedrica del libro invita sia ad esplorarle con passione ed entusiasmo, sia a fermarsi ogni tanto, a guardarsi intorno, a riflettere sullo stato delle cose.
Sono questi elementi tipici della scrittura di Calvino e possono essere colti solo se la superficie giocosa delle Città invisibili viene scalfita lentamente, volta per volta. Ci troviamo di fronte ad uno dei testi  più complessi della produzione letteraria italiana novecentesca, che richiede più di una lettura per essere apprezzato e compreso appieno, per coglierne ogni volta nuovi aspetti e significati.


Matteo De Leo 

Nessun commento: