10 febbraio 2017

Le foibe e le ragioni del «silenzio storico»

🕒 3'



Oggi 10 febbraio ricorre il Giorno del Ricordo, una solennità civile nazionale indetta per non dimenticare la “tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”, citando il contenuto della legge che ne ha ufficializzato l’istituzione. Ma ad oggi se ne parla ancora poco e le motivazioni per cui ciò accade sono molte, intrecciate tra loro, e risultano in una “una mancanza di informazione che, tra negazioni e mistificazioni, distorce il passato”.

Cerchiamo di fare chiarezza allora partendo dalla definizione della parola, le foibe sono cavità carsiche a strapiombo dove si gettano tradizionalmente i rifiuti e i materiali in disuso. Tra il 1943 e il 1947, però, assumono una connotazione tragica, in quanto lì vengono gettati molti “nemici del popolo”, in una denominazione talmente ampia da arrivare a comprendere molte, spesso anche contraddittorie tra loro, categorie di persone.

In un neologismo che già dal suono risulta spiacevole, gli “infoibati” sono gli allora oppositori politici, come gli italiani che abitano l’Istria e le province di Gorizia, Fiume e Trieste, e gli ostacoli politici eventuali, vale a dire tutti gli anticomunisti stranieri e locali, ma anche tutti i gruppi organizzati come quello degli antifascisti, per paura che potessero costituire un’alternativa valida, e perciò pericolosa in termini di consenso, al regime comunista di Tito.

La storia che conosciamo e che fa da sfondo a queste due vicende è, nel 1943, il vuoto politico lasciato dall’armistizio dell’8 settembre che disgrega le forza nazifasciste presenti sul confine nordorientale responsabili di una feroce snazionalizzazione della popolazione dalmata. Nel 1945-1947 invece, è il momento della liberazione durante il quale Tito trova spazio per le proprie rivendicazioni territoriali e per esprimere la volontà di «epurare subito», realizzata poi dai reparti regolari della IV Armata e dalle forze partigiane slovene e croate in cui hanno l’egemonia i combattenti comunisti.

Ma l’avversione interna dei poveri per i ricchi possessori più il germe della separazione del mondo nei due blocchi contrapposti della guerra fredda, che fa delle province dalmate un territorio conteso di demarcazione, crea confusione nell’immaginario collettivo su chi siano effettivamente gli obiettivi di questo giustizialismo politico e sociale non scevro di connotazioni etniche. E contribuiscono anche non poco a rendere complesso il quadro.

Negli anni successivi agli eventi la stessa popolazione giuliana si divide, così come si spacca la sua memoria storica. Da una parte il fronte anticomunista si concentra sull’aspetto delle foibe come strumento principe dell’uccisione di molti italiani; dall’altra il fronte comunista, oltre a tacere i morti per una causa silenziosamente sostenuta dallo stesso Pci che crede nella collaborazione con l’esercito jugoslavo in nome dell’”unità nella lotta di liberazione”, si aggrappa alle parallele vicende della Risiera di San Sabba, che ha visto detenzioni ed esecuzioni di ebrei, ostaggi e partigiani perpetrate dai nazifascisti.

"Non analizzare in modo critico quanto accadde […] è servito per parlarne sporadicamente quando le esigenze politiche lo hanno richiesto”. Ma è solo questa la ragione del «silenzio storico»?

Su scala internazionale si guarda a quello jugoslavo come a un governo di possibile riferimento, e “la spiegazione fornita da Belgrado, circa il carattere politico e antifascista delle eliminazioni e la generale colpevolezza dei morti, diventa una sorta di versione ufficiale accettata dalla diplomazia occidentale, che non ritorna sull’argomento”.  Per il governo italiano, poi, la questione della Venezia Giulia rappresenta una sconfitta politica a livello internazionale, sulla quale il «silenzio storico» risulta essere la risposta più semplice e comoda. Ne risulta quindi un Pci che non ha interesse a tornare sulla questione, che evidenzierebbe le contraddizioni tra il neoassunto ruolo di partito nazionale, i legami con Mosca e lo slancio all’internazionalizzazione.

Il dramma delle foibe è un’ondata, in definitiva, di giustizialismo politico e rivolta contadina reso possibile da un clima di incertezza e vuoto ai vertici. Basi che rendono possibile, tra l’altro, l’instaurazione di un regime di stampo comunista che attendeva di “fare a modo proprio” dopo anni di politica di italianizzazione forzata nazifascista che ha sicuramente contribuito a fomentare l’odio per gli italiani, tutti automaticamente ritenuti responsabili, senza “eccezioni, né diversificazioni di giudizio” della snazionalizzazione dell’Istria.


La forma spontanea di reazione al passato regime e all’egemonia dei possessori terrieri, quindi, si incontra con i progetti politici della nuova classe dirigente jugoslava e dell’esercito titoista che combattono per la liberazione del territorio ma anche per l’instaurazione della società socialista ponendosi così un obiettivo doppio, cioè politico e militare.

Come dice Gianni Oliva nel suo libro La resa dei conti disponibile presso la Biblioteca Bo, “le realtà taciute sono le più pericolose perché riemergono astratte dal loro contesto e chiedono ragione insieme di ciò che è accaduto e del perché si è scelto di ignorarlo o marginalizzarlo”.

“Compito della ricerca storica è ricostruirli [i fatti] senza pregiudizi, coglierne le dinamiche, restituire l’atmosfera nella quale sono maturati. Solo così la conoscenza del passato si trasforma in coscienza del presente”. E allora che questo Giorno sia un’occasione per provare a fare un po’ di chiarezza, senza la pretesa che sia questo il pezzo esaustivo su cui informarsi, tentando di non incappare nella tanto diffusa postuma coloritura politica della storia.

BB

2 febbraio 2017

Un'opera d'arte per l'Ufficio di Trump

🕒 1' 30"




"Ore prima che annunciasse il suo ordine drastico di vietare l’ingresso di cittadini provenienti da sette Stati musulmani negli Stati Uniti, Donald Trump si è messo in posa con un immigrato nell’Ufficio Ovale”. 


Questo è l’esordio con cui un giornalista apre il proprio pezzo per la testata britannica The Guardian, giocando sulla sorpresa che suscita l’accostamento neutrale, quasi pacifico, del presidente americano con la parola “immigrato” all’interno di una stessa frase. 

“O meglio, [si è messo in posa] con un’opera di quell’immigrato”. E così risulta già più comprensibile. Si tratta infatti del busto di Winston Churchill creato da Jacob Epstein “portato all’Ufficio del Presidente con gran fanfara come simbolo di una relazione speciale tra la Gran Bretagna del Brexit e l’America di Trump.

Cionondimeno, quest’opera d’arte nasconde un segreto sovversivo.” Curioso, soprattutto se si considera che Epstein è “la personificazione di tutto ciò che Trump odia”, in quanto l’artista vissuto nel primo Novecento è stato un classico “prodotto della precedente apertura americana all’immigrazione”.
Epstein infatti è un figlio di semplici immigrati ebrei provenienti dalla Polonia, “esempio tipico delle “masse di disperati” a cui fa riferimento la Statua della Libertà nell’iscrizione che reca e, in sostanza, nel simbolo di accoglienza di quelle masse che rappresenta”. Le stesse masse indefinite che il “diktat irrazionale e disumano di Trump” ha archiviato come minaccia collettiva per l’America.



Interessante, ma non è tutto. “Se l’ovvia analogia tra le origini di Epstein e la situazione dei rifugiati e delle nazionalità messe al bando non fosse sufficiente” ecco la notizia che egli forgiò anche opere che spaziano in quegli ambiti del sociale che il Presidente americano sembra ancora oggi rifiutarsi di accettare: l’artista ebreo celebrava l’umanità, parlava di potere del desiderio già “in un tempo in cui persino i seguaci dello stesso Wilde preferivano sorvolare sulla questione della sua sessualità”.

“Trump non si merita questo busto nel suo ufficio. Se potesse, Epstein rabbrividirebbe. La sua arte era radicale, umana e liberale”, dice il giornalista del Guardian per poi rovesciare la prospettiva e concludere che è forse Jacob Epstein a essere “un intruso pericoloso nell’Ufficio Ovale”.




(Parzialmente tradotto da un articolo di Jones, Jonathan. Jacob Epstein: the immigrant bringing morals to the Oval Office, 31 Gennaio 2017. The Guardian. Traduzione di BB)

BB

31 gennaio 2017

Il libro italiano più letto dell’Ottocento

🕒 1' 30"



Nel 1832 l’Italia non è ancora fatta, ma si è già nel pieno dei moti rivoluzionari che porteranno alla formazione del Regno d’Italia e non solo. Milano è un centro nevralgico per la circolazione di quelle idee patriottiche, liberali e anti-austriache che spingono i gruppi di carbonari a lottare per l’indipendenza, l’ottenimento di una costituzione e la fine della censura. Ed è proprio nell’attuale capoluogo lombardo che la vicenda di cui parliamo oggi ha inizio con l’arresto di Silvio Pellico, di cui oggi ricorre l’anniversario della scomparsa.

Si tratta, come in molti sapranno, di un intellettuale reso famoso dall’opera autobiografica Le mie prigioni, ispirata al periodo di reclusione nella fortezza dello Spielberg, situata nell’attuale città di Brno in Repubblica Ceca. Per menzionare una curiosità meno nota, invece, questa fortezza in cui Pellico viene imprigionato per motivi politici si trova nel fulcro dell’allora Moravia meridionale che Napoleone occupò e alle porte della quale combatté la battaglia di Austerliz nel 1805.

Ma tornando all’opera, Pellico scrive:   
“Ho io scritto queste memorie per vanità di parlar di me? […] parmi d’avere avuto alcune mire migliori: quella di contribuire a confortare qualche infelice coll’esponimento de’ mali che patii e delle consolazioni ch’esperimentai essere conseguibili nelle somme sventure; […] quella di ridire una verità già notissima, ma spesso dimenticata: la Religione e la Filosofia, comandare l’una e l’altra energico volere e giudizio pacato, e senza queste unite condizioni non esservi né giustizia, né dignità, né principii securi.”
Da queste righe traspaiono la volontà di diffondere parole utili e un riavvicinamento alla fede cristiana che sappiano essere stata abbandonata durante gli anni della formazione in Francia. Il tutto passato attraverso un filtro di nuda sincerità che apre gli occhi sulla realtà dei duri metodi austriaci e danneggia fortemente l’immagine dell’Impero più di  una battaglia persa, a detta dello stesso primo ministro austriaco Metternich.

Tutte queste caratteristiche fanno del libro l’opera più famosa e letta dell’Ottocento, scritta tra il 1830 e il 1832 come memorie successive al ritorno dalla prigionia durata ben dieci anni, e fonte d’ispirazione per i moti rivoluzionari successivi.

Il libro è disponibile alla Biblioteca della Fondazione Bo, dove è anche reperibile il periodico bisettimanale «Il Conciliatore» per cui Pellico lavora mentre è a Milano finché la censura austriaca non costringe il foglio scientifico-letterario alla chiusura.


BB

30 gennaio 2017

Un poeta russo e prosatore americano

🕒 2'



Del grande scrittore e pensatore russo Dostoevskij si conosce abbastanza da arrivare a ripeterne frasi celebri come “la bellezza salverà il mondo” (da L’idiota). Ma se è vero che molti sarebbero d’accordo nel dire che in questi giorni ricorre l’anniversario della sua scomparsa, è altrettanto vero che si parlerà oggi di qualcun altro, forse meno noto, ma sicuramente degno di attenzione.

Il 28 gennaio 1996 scompare a New York un Premio Nobel per la Letteratura il cui nome è Iosif Aleksandrovič Brodskij (o “Brodsky”, così come è stato cambiato all’ottenimento della cittadinanza americana).

Nato e cresciuto nella Leningrado che avrebbe poi preso il nome di San Pietroburgo alla caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, Brodskij è costretto all’espatrio per motivi politici. Nel 1972 lascia allora la Venezia del Nord per spostarsi in Occidente e in un secondo momento trasferirsi a New York. È l’Italia che poi per volere degli amici e con il benestare della moglie, italiana, diventa il suo luogo di sepoltura; più precisamente, ed emblematicamente, l’onore è conferito alla città di Venezia.

Da uomo appartenente a due culture, l’autore è a ragione conosciuto come grande poeta russo ma anche come maestro prosatore americano. È in inglese, infatti, che ad esempio redige il discorso di accettazione del Premio Nobel, reperibile alla Biblioteca della Fondazione Bo (Brodskij, Iosif The nobel lecture andacceptance speech: 1987. 1988. Milano: Adelphi).

All’interno dell’opuscolo si trova anche un altro saggio tradotto in inglese da Barry Rubin che apre all’idea che Brodskij ha della letteratura: essa comunica con il fruitore, che ne diventa inevitabilmente il vero performer nel qui ed ora dell’atto di leggere.

Le opere e in particolare le poesie, aggiunge l’autore, sono eterne, in quanto imperituro è il linguaggio. Quelle volte in cui esso si scaglia contro il sistema politico, in definitiva non si tratta di altro che di una manifestazione particolare del grande, vecchio e più profondo scontro tra infinito e finito. Per questo le sue per descrivere la situazione attuale russa non sono parole arrabbiate, ma rassegnate e allo stesso tempo velate dalla speranza che gli stessi errori fatti da quella parte della cortina di ferro non ricoprano di ruggine anche il lato occidentale, in cui l’autore si trova a vivere fino agli ultimi anni di vita.

Un animo profondamente poetico, ma un intelletto estremamente acuto, quelli di Brodskij, che lo portano ad annoverare tra le cause della tragedia russa il confinamento della letteratura a cosa per gli eletti dell’intellighenzia e a suggerire come requisito fondamentale per uno statista pronto a prendere il potere una lunga e motivata esperienza letteraria, affinché possa questa spingerlo a considerare il genere umano nella sua “diversità e depravazione” evitando infelici soluzioni di massa.

Per concludere questa nota e per tornare sulla frase celebre di Dostoevskij, che Brodskij considera uno dei suoi cinque maestri, quest’ultimo commenta:


“L’estetica è madre dell’etica. […] Più l’esperienza estetica di un individuo è sostanziosa, più valido è il suo gusto, più affilata la sua moralità, più libero – anche se non necessariamente più felice – è egli stesso. È proprio in questo senso applicato che dovremmo capire Dostoevskij quando sottolinea che la bellezza salverà il mondo. Probabilmente è troppo tardi per il mondo, ma per l’individuo c’è sempre una possibilità. […] Dal punto di vista antropologico, lasciate che mi ripeta, un essere umano è una creatura estetica ancor prima che etica.” (Traduzione da Brodskij, 1988: 16)

(Link per il libro: http://opac.uniurb.it/SebinaOpac/.do?idopac=URB0465509)

BB

27 gennaio 2017

Il diario di… Dawid Rubinowicz

🕒 1'


Quasi tutti, almeno una volta, hanno letto il Diario di Anne Frank, una testimonianza della Seconda Guerra Mondiale e in particolare della deportazione degli ebrei nei campi di sterminio che è passata alla storia anche per la precoce capacità della giovane scrittrice di tradurre in parole la tragedia della clandestinità, intrisa di rapporti umani e familiarità, costretta nel retro di un’abitazione di Amsterdam nel tentativo di sfuggire alla furia nazista.

Non tutti, però, hanno forse sentito parlare di un altro diario edito da Einaudi nel 2000 e reperibile alla Biblioteca della Fondazione Bo, che è stato considerato il nuovo «Diario di Anne Frank» già dal momento del ritrovamento dei quaderni da cui è tratto.

Il Diario di Dawid Rubinowicz viene scritto a partire da 1940 nel distretto attorno alla cittadina polacca di Kielce. Gli eventi riportati dal ragazzino appena dodicenne arrivano fino al 1942, anno in cui si perdono le tracce di lui e di tutta la sua famiglia, un nucleo che è parte della comunità ebraica che vive la minaccia dell’orrore nazista per finirne, ben presto, vittima.

Rispetto al famoso diario della ragazzina olandese, Dawid annota in questo una vera e propria cronaca lucida con la concretezza, e a volte il linguaggio, tipici di chi è nato e cresciuto tra i campi. Non mancano però sprazzi di riflessione, soprattutto legati a quanto una Guerra Mondiale abbia potuto incidere sulla vita quotidiana di un semplice ragazzino ebreo della campagna polacca. Scrive:

12 agosto [1940] 
Da quando c’è la guerra studio a casa da solo; ma se mi ricordo di quando andavo a scuola, mi viene voglia di piangere. […] E quando penso a tutte le guerre che ci sono nel mondo, a quanta gente cade ogni giorno per le pallottole, per i gas, per le bombe, per le epidemie e per gli altri nemici dell’umanità, allora perdo la voglia di tutto. (Rubinowicz 2000: 8. Tradotto da Lucentini e Paolucci)

Dawid ha grandi occhi blu, uno spirito curioso e ama andare a scuola nonostante venga escluso dai compagni. A descriverlo così sono le parole della sua insegnante riportate nella prefazione del libro.

Un libro, per concludere, accessibile a tutti, che diventa l’argomento principe di questa nota del 27 gennaio per ricordare la liberazione della popolazione ebraica dai nazisti grazie all’intervento dell’Armata Rossa. È una possibilità che si offre per non dimenticare uno dei più grandi orrori del passato; è un semplice consiglio di lettura per tentare di prevenire nel piccolo la perdita della memoria storica, senza la quale, parafrasando e citando Primo Levi, “non c’è futuro”. 

BB

25 gennaio 2017

Il salotto di Carlo Bo


Carlo Bo nasce a Sestri Levante il 25 gennaio 1911.

Come cita Cesare De Michelis in un articolo del «Gazzettino» del 24 gennaio 1991 in ricordo degli ottant'anni di Carlo Bo:
"è rettore della sua università, ma soprattutto è maestro di vita, testimone di un'epoca drammatica e contraddittoria, durante la quale mai ha smesso di interrogarsi e interrogarci per trovare la strada che conduca al di là del disordine verso la luce della speranza."
Per più di mezzo secolo Bo è rimasto al centro della scena letteraria perché
"la sua non è soltanto una lezione critica, ma soprattutto una lezione di rigore morale che investe il nostro modo di essere, di pensare, di agire, ben al di là di qualsiasi questione di estetica o di poetica."
E allora oggi va ricordato così com'era , "assorto in una monumentale poltrona" nella penombra del suo salotto.

10 dicembre 2016

Luigi Pirandello, tra forma e realtà






«Ogni pupo, signora mia, vuole portato il suo rispetto, non tanto per quello che dentro di sé si crede, quanto per la parte che deve rappresentar fuori».






Il 10 dicembre ricorre l’ottantesimo anniversario della morte di Luigi Pirandello (Agrigento, 28 giugno 1867 - Roma, 10 dicembre 1936), drammaturgo, poeta, romanziere e novelliere straordinario. Il suo esordio teatrale si iscrive nel filone della drammaturgia dialettale siciliana ed è documentato da una fitta corrispondenza intercorsa tra l’autore agrigentino e il catanese Nino Martoglio, il quale, insieme all’attore Angelo Musco, spinse Pirandello a tuffarsi nell’avventura della drammaturgia. La prima produzione teatrale pirandelliana può essere considerata una sorta di fase di interscambio tra narrativa e teatralizzazione. Infatti, le prime opere sono atti unici che dipendono strettamente da un precedente impianto narrativo e ciò è evidente soprattutto nelle didascalie, che tendono a riassumere spunti narrativi piuttosto che suggerire gli aspetti visivi e gestuali della teatralizzazione della vicenda. La fase successiva al teatro dialettale è la cosiddetta fase «del grottesco»: qui Pirandello,  apparentemente, riprende temi e ambienti tipici della società borghese, portandoli alle estreme conseguenze. I ruoli imposti dalla società borghese vengono assunti con estremo rigore, sino a giungere al paradosso e all’assurdo, smascherandone così l’inconsistenza. Man mano che l’impegno teatrale diventa più continuo, Pirandello supera se stesso fino ad arrivare, nel 1921, alla sconvolgente novità dei Sei personaggi in cerca d’autore. Questo titolo rinvia alla tesi, cara a Pirandello, dell’autonomia dei personaggi dall’autore che li ha concepiti. Pirandello giunge a questa teorizzazione passando attraverso il concetto di autonomia dell’opera rispetto al suo creatore. Divenendo autonomo, il personaggio viene sottratto alle pretese sia dell’autore che dell’attore e viene trasformato in una figura viva oggettivamente, in una maschera così indipendente e con tratti così peculiarmente suoi, da non conservare più alcuna traccia della sua origine letteraria e da non permettere eccessiva libertà d’interpretazione all’attore. Ma di Pirandello non si può non ricordare il saggio L’umorismo, pubblicato nel 1908, che esprime la coscienza pirandelliana del moderno sul piano letterario. Il bisogno di dare un senso fisso e definitivo alla realtà, immobilizzandola in schemi, e di dare un significato all’esistenza umana, stabilendo dei criteri di comportamento e degli ideali da seguire, è ineliminabile, anzi aiuta concretamente a vivere; tutto ciò per Pirandello, da un punto di vista filosofico, è fonte di inganni ed illusioni, mentre da un punto di vista pratico, cristallizza l’esistenza in forme che la rendono povera e arida. Per l’autore, infatti, la vita è un flusso continuo, una forza impetuosa, tanto che si può affermare che la coscienza umoristica vuole riprendere e quasi mimare la mobilità e l’imprevedibilità della vita, scavalcando l’irrigidimento delle forme e criticando l’illusorietà delle ideologie e dei comportamenti che ne nascono e che vorrebbero conferire unità ad una soggettività che in realtà è plurima.

«La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo d’arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi già siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili, e che però possono seguire il flusso della vita, fino a tanto che, irrigidendosi man mano, il movimento, già a poco a poco rallentato, non cessi. Le forme, in cui cerchiamo d’arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo, sono i concetti, sono gli ideali a cui vorremmo serbarci coerenti, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni, lo stato in cui tendiamo a stabilirci. Ma dentro di noi stessi, in ciò che noi chiamiamo anima, e che è la vita in noi, il flusso continua, indistinto, sotto gli argini, oltre i limiti che noi imponiamo, componendoci una coscienza, costruendoci una personalità. In certi momenti tempestosi, investite dal flusso, tutte quelle nostre forme fittizie crollano miseramente; e anche quello che non scorre sotto gli argini e oltre i limiti, ma che si scopre a noi distinto e che noi abbiamo con cura incanalato nei nostri affetti, nei doveri che ci siamo imposti, nelle abitudini che ci siamo tracciate, in certi momenti di piena straripa e sconvolge tutto».

Infine meritano una menzione anche i suoi romanzi (Il fu Mattia Pascal, L’esclusa, Uno, nessuno e centomila), che ancora una volta hanno come tema centrale l’illusorietà della realtà. È il dramma che travolge l’uomo quando si rende conto che la realtà è un inganno e che non è possibile costruire un rapporto diretto con gli altri, perché gli uomini vivono la loro vita in modo irreale: non sono mai veri, ma indossano una maschera mutevole imposta dagli altri o dagli eventi.

«Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo: “Io mi chiamo Mattia Pascal”. “Grazie, caro. Questo lo so”. “E ti par poco?” Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza: “Io mi chiamo Mattia Pascal”.»

Simona Zaccaria