19 febbraio 2019

Novità in Biblioteca: letteratura italiana del Novecento

La Biblioteca dà oggi spazio ad alcuni degli autori preferiti da Carlo Bo: Giovanni Papini, Clemente Rebora e Vittorio Sereni.






(Aberto Castaldini, Olschki, 2006)

Scrittore controverso, fu molto apprezzato da Mircea Eliade e da Jorge Luis Borges che ritenne Papini un autore "immeritatamente dimenticato". In filosofia fu seguace del pragmatismo e apprezzato da William James. Fu ammirato da Bruno de Finetti, il fondatore dell'interpretazione soggettivistica della teoria della probabilità.
Nel 1956 Eugenio Montale commentò la dipartita dello scrittore con le seguenti parole: "Una figura unica, insostituibile, a cui tutti dobbiamo qualcosa di noi stessi".

(estratto dal cap. La scienza dell'anima)

[...] Autodidatta, lettore instancabile, scrittore prolifico e a tratti autenticamente geniale, spirito costantemente inquieto, Papini nel corso del suo percorso intellettuale si occupò anche di fenomeni del paranormale, e il suo interesse risentì dei fermenti, soprattutto di matrice teosofica e occultistica, che caratterizzavano l'ambiente culturale e mondano del tempo.



Presenze dantesche nei Frammenti Lirici di Clemente Rebora
(Simone Marsi, Franco Cesati editore, 2016)

(estratto)

[...] Questa volontà di accettare tutto ciò che è, rappresenta il fulcro su cui è possibile costruire un confronto da mondi altrimenti inavvicinabili. In termini pratici si può dire che la nostra analisi muove dal e sul terreno dello stilismo reboriano e dantesco, trovando in esso un punto di contatto e di conseguenza una possibilità di comparazione altrimenti improbabile.






Epistolario 1965-1982
(a cura di Federico Migliorati, Minerva, 2018)

Il carteggio, edizioni Minerva, copre un arco temporale che va dal 1965 al 1982: è costituito da 91 lettere, di cui 41 inviate da Vittorio Sereni a Roberto Pazzi e 50 da quest’ultimo a Sereni. Le prime sono state recuperate nell’archivio Pazzi presso l’abitazione del poeta a Ferrara, le seconde sono state fornite dal Fondo Sereni di Luino. L’autore ha il merito di aver raccolto tutte lettere inedite. Da una parte possono aiutare a conoscere l’uomo e il letterato Sereni, dall’altro possono aiutare a comprendere l’avvicinamento iniziale di Pazzi alla poesia. “L’epistolario – spiega Migliorati – avrebbe potuto essere ancora più ampio: purtroppo nel corso del tempo alcune lettere sono andate perdute e non è stato possibile recuperarle oppure, come nel caso dell’epistolario di Pazzi, sono divenute pressoché illeggibili. Alcuni ‘buchi’ temporali tra una missiva e l’altra sono dovuti a ciò. Il lavoro è corredato con l’inserimento di note che vogliono essere di supporto al lettore: due in particolare rivestono un’importanza primaria poiché racchiudono il contenuto di altrettante lettere inviate a Pazzi da Salvatore Quasimodo e da Giuseppe Pontiggia, gelosamente custodite nell’archivio del poeta ferrarese a cui ho avuto accesso. Nel carteggio emergono limpide e chiare l’attenzione e la cura poste da Sereni nei riguardi del giovane Pazzi che muoveva allora i primi passi nel mondo della poesia e che a lui si affidava per consigli, pareri, valutazioni”.



Itinerarium Poësis in Deum
(Fiammetta D'Angelo, Studium edizioni, 2017)

Con tale contributo si intende offrire un ritratto di Clemente Rebora e della sua opera - poesie e prose liriche, Epistolario - con attenzione peculiare al periodo della Grande Guerra, autentico snodo esistenziale ed artistico. Ma l'intero suo corpus letterario, costante riferimento di queste pagine, rivela l'uomo Rebora e i significati attribuiti all'evento mondiale come all' "esserci". Emblematica e ossimorica scrittura, unitaria nell'ispirazione, è tessuta di ombre luminose e straziante amore per la vita, intesa quale inscindibile condivisione. Continuo il rispecchiamento tra il vissuto privato - degli stretti rapporti familiari, particolarmente con la madre e il fratello Piero; con l'amata russa Lydia Natus; dell'intimo legame di amicizia con Angelo Monteverdi, Antonio Banfi, Daria Malaguzzi, Lavinia Mazucchetti; del forte nexus con Sibilla Aleramo, Michele Cascella, Giovanni Boine, etc. - e la dimensione simbolica ed epocale della deflagrazione mondiale: accettazione rassegnata, orrore, esaurimento della psiche. Progressivo e risolutivo il superamento dell'io, nella dimensione della fratellanza universale, del "tu" vero dell'umano, del "Tu" di Dio.


Serena Pierotti

15 febbraio 2019

Ermetismo = oscurità letteraria?

L'intervento di Carlo Bo fatto durante il dibattito letterario al Gabinetto Vieusseux a Firenze il 21 febbraio 1968 ci può far capire meglio cosa sia stato l'ermetismo e come venisse visto dai suoi esponenti (tra i quali lo stesso Bo, Montale, Campana, Ungaretti, Luzi, Sinisgalli e Quasimodo).
[...] Riassumendo questo breve intervento, vorrei ripetere, quindi, che l'ermetismo è nato da precise ragioni storiche; che la letteratura ha rappresentato tutto quello che nessun altro ci poteva dare, vale a dire quello che non potevamo trovare nella filosofia - eccezion fatta per quello che era l'esistenzialismo - [...] Perché adoperavamo quello stile? Perché abbiamo inventato un nuovo linguaggio, o abbiamo cercato di inventare un nuovo linguaggio? Evidentemente perché non ci bastava quello che era il linguaggio critico del momento; quella chiarezza e tutto quello che potevamo leggere negli uomini della generazione precedente, aveva sempre qualche cosa in cui c'era un vuoto che non aveva questo margine, che poi noi abbiamo cercato di riempire di rovello, di ansia e di partecipazione personale. 


Novità in Biblioteca
La Biblioteca presenta oggi alcuni saggi sui principali poeti ermetici italiani del Novecento


Il critico, il traduttore e la fine del mondo
(Francesco Sielo, ETS, 2016)


(estratto dal cap. 1 Il «traduttor Montale») 

[...] Montale era insomma perfettamente consapevole dei rischi inevitabili di deformazione degli originali ma, con questo piccole esperimento, dimostrava anche due cose fondamentali, di cui la prima è che, nonostante errori e aberrazioni siano in alcuni casi inevitabili, vale sempre la pena di accettare il rischio e permettere così di «compiere in breve tempo un viaggio culturale che in altri tempi era possibile a pochi». Il secondo fattore a emergere dalla riflessione montaliana è che, in fondo, la traduzione non è che un gioco, in alcuni casi «un tradimento da capo a fondo, eppure chi legge il libro in italiano e ricorra poi all'originale non esiterà a dare la preferenza al geniale arbitrio del traduttore».




Dino Campana e il Novecento
(Raffaele Girardi, Bulzoni, 2015)


                                  (estratto dal cap. 5.3 Ricordo circolare e arte del dimenticare)

L'evocazione del «panorama scheletrico del mondo» scandisce da ora in poi e chiude i flussi dicendone il senso ultimo, con una funzione di sintesi emblematica, rendendo così ogni flusso variante di un unico grande ordine figurale, abilitato a prendere via via lacerti visioni già evase com'è nella prassi di questo ricordo circolare. Sicché esso può contemplare 'ritorni' d'immagini e situazioni in forza del processo associativo: in questo caso è la forza di un odore a produrre visione. [...]



(Carlo Ossola, Marsilio, 2016)

(estratto dal cap. Shakespeare)

[...] La poesia come proscenio ove la parola recita la sua coscienza, di caducità - approssimata alle cose che domina - e di eternità, interna all'assolutezza del deporsi nel detto per sempre: non meno di Bonnefoy, anche Ungaretti riconosce nei Sonetti di Shakespeare, il cimento più alto che attende "this powerful rime": [...] Sono uno degli ultimi superstiti d'una generazione di poeti europei che tradussero, ciascuno nella propria lingua, i Sonetti di Shakespeare come per afferrarsi a una tavola di salvezza nel naufragio della volontà illusoria di sfida al tempo che dal Petrarca fino a noi vecchi, si considerò per tanti secoli, mira della poesa.




Catalogo delle traduzioni di scrittori greci e latini conservate nel fondo manoscritto
(a cura di Ilaria Rizzini, Edizioni di storia e letteratura, c2008)

                                                                (estratto dall'introduzione)

[...] Dall'esordio con i Lirici greci nel 1940, Quasimodo dunque non smise mai di intrecciare l'esercizio del comporre e quello di tradurre, misurandosi con una notevole varietà di generi, di lingue, di epoche: una varietà eccessiva, secondo qualcuno, responsabile della qualità complessivamente mediocre delle versioni quasimodiane, su cui la critica si è espressa più volte e con giudizi non sempre lusinghieri. Con analoga acribia è stata studiata l'influenza del poeta sul traduttore e viceversa, alla ricerca dei contatti e dei prestiti eventualmente prodottisi tra il lavoro dell'uno e dell'altro: il vertere quasimodiano è venuto così a configurarsi come lo specchio della sensibilità del poeta, delle sue esperienze creative, perfino di talune sue idiosincrasie o preferenze lessicali; insomma, del suo gusto, che però a sua volta è parso nutrito, condizionato e modificato dalla lunga frequentazione dei "classici" dal confronto con altri generi e altri stili.



Serena Pierotti

13 febbraio 2019

Novità in Biblioteca: spazio alla critica

  
È stato utilissimo il lavoro di recupero: primo perché in tal modo si colmava una lacuna, secondo perché si allargava
il nostro orizzonte e così facendo si registravano le nostre deficienze e c'era offerto il mezzo per correggere certi nostri difetti.



(Uomini e libri : rivista letteraria , A. 9, n. 42(1973), p. 14-15)

Qui l'articolo completo

Queste sono state le parole di Carlo Bo in un'intervista del 1973 riguardo alla critica letteraria, in particolare all'interesse mostrato verso nuovi mercati letterari, visto non solo come mezzo per arricchire il proprio panorama culturale ma anche come spunto per migliorarsi.
A rinforzare questo saggio pensiero, la Biblioteca presenta oggi alcuni testi critici



Mario Luzi e la poesia tedesca
Novalis, Hölderlin, Rilke 
(Marco Menicacci, Le Lettere, 2014)



(estratto dal cap. 2)
[...] Luzi ripercorre sommariamente le sue letture più significative e le figure chiave di amici, traduttori e studiosi che nel corso degli anni lo hanno introdotto alla letteratura tedesca. Integrando queste memorie con i dati documentari reperiti nella bibliografia luziana sia primaria che secondaria è possibile tracciare uno schematico percorso, soffermandosi rapidamente sui momenti più significativi e rimandando ai capitoli successivi per una trattazione approfondita. [...]  


Lettere di Mario Luzi a Leone Traverso 1936-1966
(a cura di Anna Panicali, Vecchiarelli, 2003)


(estratto)
[Massa] s.g. 1-1937

Adios muchachos cumpañeros de mi vida! Che è, che non è, non ci vediamo più. Io sono arcistufo (scatole rotte, latte ai ginocchi, sentimento del tempo che fugge, realtà meschina che vince il sogno e laggiù una barca che gira l'orizzonte piena d'inviti) dell'insegnamento, della provincia. Prevedo a breve scadenza un finale precipitevole. Di Carlino che ne è? È poi venuto al Galileo? E Simone dagli impervi dettami? Scrivi. A presto. Mario.   


Atti della giornata di studio su Tommaso Landolfi
(a cura di Iandolina Landolfi e Antonio Prete, Manni, 2006)


Dal primo Landolfi –quello delle più celebri raccolte di racconti, Dialogo dei massimi sistemi, Il Mar delle Blatte– attraverso i romanzi Le due zittelle, Racconto d’autunno, La pietra lunare, fino alla stagione di mezzo, che a partire da Cancroregina, romanzo considerato dalla critica come uno spartiacque, giunge al Landolfi diarista (LA BIERE DU PECHEUR, Rien va, Des mois): un sapiente invito alla lettura dell’autore, per parere unanime uno dei maggiori del Novecento non solo europeo.
Straordinario artefice della lingua –nelle opere originali e nelle molte magistralmente tradotte–, le questioni di lingua, di linguaggi rappresentano il cuore della sua poetica. Palese la costante, immedicabile lacerazione che discende dal doppio atteggiamento di intendere da un lato la parola come signora assoluta e forgiatrice di una superiore realtà, parola che affranca dai vincoli terreni e tocca, senza “dire”, il centro ineffabile delle cose; dall’altro una parola che, per converso, si riconosce zavorrata dalla greve soma dei significati, «Negata a libertà, d’inferno schiava. / La parola significa. E ben questa è la sua morte» (Viola di morte).


Luciano Anceschi, i Nuovissimi, il gruppo 63
(Fausto Curi, Mimesis, 2017)


(estratto dal cap. 2)
[...] Pochi come Anceschi hanno davvero percepito e pensato la realtà come realtà plurale, molteplice, innumerevole, infinita, suscettibile di essere afferrata e compresa solo in certi suoi cospicui ma limitati aspetti, pur nella consapevolezza della sua vastità illimitata, del suo incessante rinnovarsi e differenziarsi. Gli servivano, quelle "polarità", a dare un ordine provvisorio e soggettivo e tuttavia efficace al disordine del mondo, a distinguere l'indistinto senza violentarlo, a portare chiarezza nella turbolenza indecifrabile della storia, si trattasse del comportamento del critico e del teorico di fronte alla multiformità infinita dell'universo culturale, o si trattasse, più semplicemente, di leggere la poesia dell'Occidente novecentesco. [...]


Serena Pierotti

7 febbraio 2019

Novità in Biblioteca: Cristina Campo

Per la rubrica Novità in Biblioteca presentiamo oggi Cristina Campo (nata Vittoria Guerrini).
Nacque a Bologna ma per una congenita malformazione cardiaca, che rese sempre precaria la sua salute, crebbe isolata dai coetanei e non poté seguire regolari studi scolastici.
Fino al 1925 la famiglia Guerrini visse presso la residenza del professor Putti, nel parco dell'Ospedale Rizzoli di Bologna. Successivamente la famiglia si trasferì a Parma, e dal 1928 a Firenze, dove Guido Guerrini fu chiamato a dirigere il conservatorio Cherubini. L'ambiente culturale fiorentino fu determinante nella formazione di Cristina Campo, a cominciare dall'amicizia con il germanista e traduttore Leone Traverso, da lei chiamato affettuosamente "Bul", al quale fu legata anche sentimentalmente. Importanti furono gli incontri con Mario Luzi e Gianfranco Draghi (che le fecero conoscere il pensiero di Simone Weil), Gabriella Bemporad e Margherita Pieracci Harwell, la letterata che avrebbe curato la pubblicazione delle opere postume di Cristina Campo.
La sua natura solitaria la portò a rifuggire da riconoscimenti e apprezzamenti (preferì firmare con nomi fittizi le poche opere pubblicate in vita), dimostrandosi sempre indifferente alle strategie e alle esigenze del mercato letterario. Di sé amava dire: "Ha scritto poco, e le piacerebbe aver scritto meno" Il suo stile personalissimo, ricorrente nei diversi generi letterari da lei praticati, è caratterizzato da una spiccata tensione a far coincidere la parola con il suo significato più profondo, rifuggendo da tutto ciò che era da lei ritenuto ovvio o superfluo.
Fu traduttrice soprattutto di autori di lingua inglese, come Virginia Woolf, John Donne, e William Carlos Williams.
Nei primi anni Cinquanta lavorò alla compilazione di un'antologia di scrittrici, Il Libro delle ottanta poetesse, concepita come "una raccolta mai tentata delle più pure pagine vergate da mano femminile attraverso i tempi". L'antologia, alla quale Cristina Campo lavorò a lungo, coinvolgendo nella traduzione vari amici, non venne tuttavia mai pubblicata.
Nel 1955 si trasferì a Roma, dove il padre fu chiamato a dirigere il conservatorio di Santa Cecilia e il Collegio di Musica. Il dottor Ernst Bernhard, lo psicoanalista tedesco che introdusse Carl Gustav Jung in Italia, la guarì da una fastidiosa agorafobia. Al 1958 risale l'incontro per lei fondamentale, con lo studioso e scrittore Elémire Zolla, con il quale visse a lungo.
Nel 1956 presso l'editore Vanni Scheiwiller di Milano apparve il suo primo libro, la raccolta di poesie Passo d'addio.
L'ultimo decennio della sua vita la vide emarginata dalla scena culturale e profondamente interessata alle tematiche del sacro e della spiritualità.
La sua concezione del cristianesimo fu nettamente ortodossa e contrapposta alla ventata di riforme liturgiche seguite al Concilio Vaticano II. Cristina Campo fu tra coloro che fondarono la prima associazione di Cattolici tradizionalisti, Una Voce. Il suo amore per la liturgia la avvicinò dapprima all'Abbazia benedettina di Sant'Anselmo sull'Aventino a Roma, dove si cantava ancora il gregoriano, e successivamente al Collegium Russicum. Nel suo modo di concepire la spiritualità cristiana individuò infatti nel rito bizantino una maggiore fedeltà ai principi del cristianesimo.
Morì a Roma il 10 gennaio 1977.



Un ramo già fiorito: lettere a Remo Fasani 
(Marsilio, 2010)

La letteratura, la poesia, la musica, la pittura, di cui parla a piene mani al giovane poeta che sente quasi come un maestro, sono un pane quotidiano consumato, con reverenza ma anche con sorridente impeto e con bella ironia, per vivere, nella malattia, nella difficoltà.
[...] Da due settimane sono prigioniera tra 4 pareti e dalla primavera non ricevo se non quei messaggi clandestini che tolgono la calma  (un maglione bianco da marinaio, per esempio, regalo improvviso di mia madre...). In questi giorni tento di sfruttare al massimo una certa vena (bizzarra), per trascrivere con qualche spirito, con un po' di «romance» le poesie di Emily Dickinson. E, non potendo uscire in quello reale, vivo con doppia intensità in questo ardente mondo creato. 


La via dell'interiorità redenta
(Edizioni Feeria, Comunità di San Leolino, 2012)




[...] Cristina Campo, pur contrapponendosi alla riforma liturgica del Vaticano II, ha avuto sempre una concezione del cristianesimo nettamente ortodossa. La sua protesta non è evoluta in un tradizionalismo sterile e chiuso nel passato. La Campo era amante della perfezione stilistica. La sua opposizione alla riforma liturgica va compresa anzitutto nella sua natura eminentemente estetica. [...]

(tratto dal cap. Un'opposizione di natura eminentemente estetica)





lettere a Gianfranco Draghi e ad altri amici del periodo fiorentino
(Adelphi, 2011)


[...] Se tu sapessi papà che cosa è passato in me in questi due ultimi mesi! Altro che saccheggio, che bombardamento! Negli ultimi giorni di Careggi, avrai notato, mi ero calmata: e sai perché? Perché avevo deciso di rinunciare, una volta per tutte. A che? Non saprei dirti esattamente, ma... a tutto; al futuro, a quell'ardente protendersi in avanti che finora era stato il mio atteggiamento naturale. Avevo deciso di farmi spiritualmente «vieille fille» - e credo che lo fossi già un poco. [...]

(tratto da una lettera al padre, 12 novembre 1943)






Serena Pierotti

6 febbraio 2019

Goldoni e la riforma del teatro

Carlo Goldoni

Cittadino della Repubblica di Venezia, drammaturgo, avvocato, librettista e scrittore, Goldoni viene considerato il padre della commedia moderna, avendo riformato i canoni teatrali e usato spesso nelle sue opere la lingua veneta. Come lui stesso afferma: «Ella pure nel nostro Veneto idioma; ma colla scelta delle parole, e colla robustezza dei sentimenti, ha fatto conoscere che la lingua nostra è capace di tutta la forza e di tutte le grazie dell'arte oratoria e poetica, e che usata anch'essa da mano maestra, non ha che invidiare alla più elegante Toscana»




in Biblioteca potete trovare tra gli altri testi

la bottega del caffè












 Note biografiche
Nato a Venezia il 25 febbraio 1707 da famiglia borghese, si forma a Perugia in seguito al trasferimento del padre, dapprima sotto la guida di un precettore, poi in un collegio di gesuiti e in seguito dai domenicani a Rimini. Durante la sua giovinezza seguì spesso il padre (Friuli, Slovenia, Tirolo) ed ebbe problemi nel portare a termine il percorso di studi. Soggiornando a Firenze scrisse due intermezzi comici per il carnevale del 1730: erano i primi passi nel mondo teatrale, per il quale nutriva già una forte passione. Nel 1734 sotto incontra il capocomico Giuseppe Imer, che gli commissionerà diversi scritti per il teatro San Samuele, tra i quali le tragicommedie BelisarioDon Giovanni Tenorio e Giustino. La sua prima commedia fu il Momolo cortesan.
In seguito a problemi economici si sposta a Pisa e a Rimini. Tornato a Venezia nel 1753 scrive numerose commedie per la compagnia Medebach, ponendo le basi per una "riforma" del teatro: L'uomo prudenteLa vedova scaltra, La putta onorataIl cavaliere e la dama, La buona moglieLa famiglia dell'antiquarioL'erede fortunata e La locandiera.
Dopo aver rotto con il Medebach, Goldoni assume un nuovo impegno nel 1753, questa volta con il teatro San Luca. Comincia quindi un periodo travagliato in cui Goldoni scrive varie tragicommedie e commedie. Deve adattare i propri testi innanzitutto per un edificio teatrale ed un palcoscenico più grandi di quelli a cui era abituato e per attori che non conoscevano il suo stile, lontano dai modelli della commedia dell'arte: fra le tragicommedie ebbe un gran successo la Trilogia persiana; tra le commedie La cameriera brillanteIl filosofo ingleseTerenzioTorquato Tasso ed il capolavoro Il campiello.
Nel 1761 Goldoni è invitato a recarsi a Parigi per occuparsi della Comédie Italienne. Vitale è l'ultima stagione per il Teatro San Luca, prima della partenza, dove produce La trilogia della villeggiaturaSior Todero brontolon, Le baruffe chiozzotte e Una delle ultime sere di carnovale.
Giunto a Parigi nel 1762, Goldoni aderisce subito alla politica francese, dovendo anche affrontare varie difficoltà a causa dello scarso spazio concesso alla Commedia Italiana e per le richieste del pubblico francese, che identificava il teatro italiano con quella commedia dell'arte da cui Goldoni si era tanto allontanato. Goldoni riprende una battaglia di riforma: la sua produzione presenta testi destinati alle scene parigine e a quelle veneziane.
Goldoni insegna l'italiano alle figlie del re di Francia Luigi XV a Versailles e nel 1769 ha una pensione di corte. Tra il 1771 e il '72 scrive due opere Le bourru bienfaisant L'avare fastueux in occasione del recente matrimonio tra il Delfino, futuro Luigi XVI, e Maria Antonietta d'Austria. Tra il 1784 e l'87 scrive in francese la sua autobiografia, Mémoires. La rivoluzione francese sconvolge la sua vita e, con la soppressione delle pensioni, che gli erano state concesse dal re, muore nella miseria il 6 febbraio 1793, 19 giorni prima di compiere 86 anni.

La riforma goldoniana
L'intera opera goldoniana è un'ininterrotta serie di situazioni, si svolge attraverso un "quotidiano parlare", un'attenta rappresentazione del reale, volta a riportare nel teatro proprio quella realtà che il fenomeno della commedia dell'arte, attraverso la propria degenerazione, aveva allontanato; il linguaggio dei personaggi si mostra indifferente alle tradizionali prospettive letterarie e formali. Passando continuamente dall'Italiano al veneziano e viceversa, Goldoni dà spazio a diversi usi sociali del linguaggio, in base alle varie situazioni in cui vengono a trovarsi i personaggi delle sue opere. Il suo italiano è quello del mondo borghese, lontano dalla purezza della tradizione classicistica toscana. Il dialetto veneziano è per Goldoni un linguaggio concreto e autonomo, diversificato dagli strati sociali dei personaggi che lo utilizzano.
Carlo Goldoni deve la sua fama, oltre che alle diverse opere che scrisse, alla riforma del teatro. Prima della riforma "goldoniana" esisteva un altro tipo di teatro: la commedia all'improvviso, nella quale gli attori non avevano un testo scritto da studiare e da seguire durante la rappresentazioni bensì solo una traccia generale da seguire, detta canovaccio. Carlo Goldoni fu il primo a volere un testo interamente scritto per ogni attore. Nel 1738 compose un'opera di cui scrisse per intero la parte del protagonista (il momolo cortesan) e nel 1743 mise in scena la prima opera teatrale con un testo interamente scritto (la donna di garbo).
Negli ultimi anni veneziani, le commedie cominciano ad andare in crisi. Ecco che le figure dei servi assumono un nuovo spazio, muovendo critica alla ragione borghese dei padroni. Il mondo popolare goldoniano, pieno di purezza e vitalità (assenti in quello borghese) si regge sugli stessi valori di quest'ultimo, ancora incontaminati. Per Goldoni, una componente essenziale del mondo è l'amore. Questo sentimento presente nei giovani sulle scene è subordinato a regole sociali e familiari, sottostante alla reputazione e all'onore. La reticenza di Goldoni sulle sue avventure amorose raccontate nei Mémoires è presente anche nelle sue commedie. Per Goldoni il teatro ha una forte valenza istituzionale, è una struttura produttiva, retta da principi economici simili a quelli che regolano la vita del mondo, va ricordato che egli fu uno scrittore che viveva, si manteneva con i profitti del suo lavoro, cosa che gli creò non pochi problemi con la società intellettuale del tempo, che lo accusò di ridurre a merce l'attività letteraria (ne è un esempio la fortissima polemica mossagli dal conte Carlo Gozzi). Questa forza porta la commedia goldoniana al di là della naturale rappresentazione della vita contemporanea. Goldoni ha una visione critica del mondo, in quanto turba l'equilibrio dei valori della vita delle classi sociali rappresentate. Tale visione va oltre le intenzioni dell'autore ed il modello della sua riforma. Nelle scene goldoniane si ha la sensazione di un'insanabile irrequietezza, che si sospende con il lieto fine tradizionale, sancito dai soliti matrimoni. I rapporti di questo mondo sono soltanto esteriori, sorretti dal principio della reputazione. Così Goldoni anticipa alcune forme del dramma borghese ottocentesco. Il segreto del comico goldoniano consiste nel singolare piacere del vuoto dello scambio sociale, dell'estraneità tra i personaggi dialoganti e della crudeltà di vita di relazione. 

                                                                                                            Serena Pierotti    

5 febbraio 2019

• *' ¨ * •. ¸ Il Leopardi "infinito" • *' ¨ * •. ¸

Giacomo Leopardi


manoscritto autografo

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.


L'Infinito viene composto da Giacomo Leopardi negli anni della sua giovinezza a Recanati, la città natale. La stesura definitiva (risalente al 1818-1819) viene inserita poi nella raccolta Canti, nel gruppo degli Idilli del 1826 insieme a Alla luna e La sera del dì di festa.
Contrariamente agli originali greci e latini, gli idilli leopardiani non contengono le classiche tematiche bucoliche: l'idillio diventa una forma di componimento più intimo dove il paesaggio naturale diventa espressione degli stati d'amino dell'uomo. Diversamente dai romantici che si rifugiano nel sogno o nell'irrazionale, il poeta coglie l'occasione per riflettere sul tempo, sul triste destino degli uomini e sulla storia.
Come afferma lo stesso Leopardi:
La mutazione totale in me, e il passaggio dallo stato antico al moderno, seguì si può dire dentro un anno, cioè nel 1819, dove privato dell'uso della vista, e della continua distrazione della lettura, cominciai a sentire la mia infelicità in un modo assai più tenebroso, cominciai ad abbandonar la speranza, a riflettere profondamente sopra le cose [...]. 
(Zib. 144) 


Come leggere la poesia
L'ascesa al Monte Tabor, il rifugio del poeta, rappresenta in ultima analisi uno studio visivo degli elementi paesaggistici: la siepe diventa sia ostacolo visivo (che impedisce di raggiungere l'orizzonte) sia mentale. Al di là della siepe si schiudono spazi interminabili, profondi silenzi e pace portatrice di sgomento. Tra la minaccia del silenzio e la presenza della natura, il pensiero afferra l'universalità dell'infinito superando la contingenza. Con "infinito" e "spazi al di là della quiete" Leopardi si riferisce al futuro che apparirà sempre come una costante dolce illusione. L'ostacolo più grande da superare è appunto la siepe, che divide il presente dal futuro e il poeta dall'infinito, lasciandolo solo capace di immaginare in che cosa consista il destino. 


novità in Biblioteca
In merito a Leopardi la Biblioteca ha acquistato nuovi testi critici; oggi vi segnaliamo:



Al di qua dell'infinito 
(Anna Clara Bova, Carocci, 2009)














             Leopardi nel 1828: saggi sui canti
                  (Antonio Girardi, Marsilio, 2011)













Serena Pierotti

31 gennaio 2019

La letteratura si tinge di rosa: le autrici del secondo Novecento

La letteratura al femminile ha da sempre conosciuto molti ostacoli; le scrittrici, infatti, non hanno mai veramente goduto del giusto riconoscimento per le loro opere, cosa invece comune per i loro colleghi uomini. Le donne che vogliono fare della scrittura un lavoro vengono viste con sospetto e ritenute non all'altezza, finendo così per dover combattere affinchè la loro bravura venga riconosciuta al pari di quella di un uomo. Come afferma Carlo Bo in un suo articolo:
Chi parla più di Gianna Manzini, di Anna Banti, di Paola Masino? [...] i loro libri sono irreperibili o sono stati mandati al macero e a poco a poco la loro memoria si è fatta sempre più spenta. [...] Colpa soltanto dell'editoria oppure colpa anche della critica che fino a pochi anni fa guardava con sospetto il lavoro di queste scrittrici e aveva la tendenza a rinchiuderle in un capitolo a parte, quasi si trattasse di un'appendice non assolutamente necessaria e indipendente? 
(link dell'articolo completo qui )



La Biblioteca ha deciso dunque di dare oggi spazio ad alcune delle scrittrici italiane del Novecento: Anna Maria Ortese, Maria Rizzarelli, Rosetta Loy, Graziella Bernabò e Monica Zanardo (le ultime due scrivono su Elsa Morante).




(Anna Maria Ortese, Adelphi, 2017)

Alonso è un piccolo puma dell’Arizona. I «visionari» sono gli esseri che, via via, hanno la ventura di incontrarlo: un illustre professore italiano, ispiratore di terroristi e di altri «uomini del lutto»; i suoi figli, uno dei quali votato a una leggendaria clandestinità; un professore americano, che ha la terribile debolezza di voler capire e compatire. Tutti accomunati, nella loro funesta lucidità, da una sorta di pazzia che è come un «buco nella intelligenza, nell’azzurro, dal quale entrano il freddo e la cecità degli spazi stellari». La storia che li lega è un groviglio sconcertante – una «vera storia italiana», osserva sobriamente la narratrice e testimone. Ma il suo fondo è fatto «di silenzio e prodigio»: là dove vediamo apparire e scomparire le tracce del puma, oggetto di un odio irragionevole e di una persecuzione «da una petraia all’altra» o di un amore inerme. La vicenda procede scandita da rivelazioni che ogni volta sembrano elidere le precedenti e introdurre nuove spiegazioni, fra poliziesche e metafisiche, finché sempre più appare chiaro che in questa «tremenda storia di assassini, di visionari e di complici» il delitto da chiarire non è quello di una certa notte in una casa vicino a Prato, ma quell’incessante e incombente «sgarbo agli dèi» da cui ogni altro delitto discende, quel «peccato molto comune agli uomini, ma il più grave di tutti i peccati: il disconoscimento dello Spirito del mondo».


La parola ebreo (Rosetta Loy, Einaudi, 2018)

La parola ebreo di Rosetta Loy ci riporta al clima degli anni in cui la sua famiglia, cattolica, e una certa borghesia italiana, anche se non apertamente schierata con il fascismo, accettarono le leggi razziali senza avere coscienza della tragedia che si stava compiendo. La bella casa romana, le vacanze in montagna, i ricordi dolci di un’infanzia innocente si affiancano ad altri ricordi piú inquietanti che affiorano poco a poco nei volti e nelle figure di persone improvvisamente diventate «altre» per decreto e per questo perseguitate. L’autrice ritrova i segni misteriosi e ambigui di quella quotidianità vissuta al riparo della storia e si insinua nelle pieghe dei fatti raccontando, con l’aiuto di lettere, dichiarazioni, discorsi, i passaggi cruciali di un periodo in cui nessuno – tanto meno la diplomazia vaticana, soprattutto nella persona di Pio XII – è stato capace di opporsi alla follia nazista. Rosetta Loy disegna cosí i contorni di quella «zona grigia» in cui memoria individuale e memoria collettiva sinistramente si sovrappongono, scoprendo i nodi di un dilemma storico e morale di intatta attualità.




(Maria Rizzarelli, Carocci Editore, 2018)

[...] Per un sillogismo quasi perfetto se è vero che un ventennio della vita di Goliarda Sapienza è dedicato all'arte della decima musa, e se è evidente che la maggior parte delle sue opere ha una esplicita marca autobiografica, sembra abbastanza ovvio e prevedibile concludere che il cinema sia una delle materie prime che nutrono la sua scrittura, per i temi, le immagini e le prospettive visuali che da quel mondo provengono e a quel mondo rimandano.Tale presenza tematica costante è un dato acquisito ed è stato messo a fuoco sin da subito dalla critica, che si è soffermata ora sulle tracce lasciate nelle sue pagine dell'esperienza di "cinematografara", ora sulla dimensione visiva della scrittura, ora infine sulla più o meno ignota attività di (co)sceneggiatrice. [...] 

(tratto dal cap. Schermo delle mie brame...)



(Graziella Bernabò, Carocci Editore, 2016)

L’intensità del lavoro di Graziella Bernabò rende omaggio, senza riserve, a quelle due parole che ne compongono il titolo: fiaba estrema, dalla poesia di Elsa Morante Alibi. Così, componendo il quadro biografico a intrecciarsi con la scrittura e la vita dei personaggi, la Bernabò si avvicina il più possibile – pur nella distanza - alla Morante, scardinando griglie e letture interpretative stagnanti, inutili di fronte a “una scrittura estrema, capace di abbracciare tutto un mondo e impegnare le forze fino allo spasimo, essendoci con i propri affetti e le proprie ferite, con le proprie frustrazioni e la propria abilità di romanziera”. Il rapporto ambivalente con la madre, la cesura traumatica e il conseguente dialogo d’assenza, l’indigenza, il matrimonio con Alberto Moravia, la morte di Bill Morrow, i gatti e i ragazzini, la “vera” letteratura e le “vere madri”. La Bernabò osserva (lavorando tra l’esame delle fonti libresche conservate alla Biblioteca Centrale di Roma e le interviste a chi ha conosciuto Elsa da vicino, a ricostruire le reti di relazione) quel sottile movimento di tra le righe della Morante, riportando la lettura – sentita e commossa – di un romanzo nel suo farsi, “realismo amoroso e concreto sentire”: si potrebbe dire osservazione del baluginio di un grande romanzo-cattedrale.



(Monica Zanardo, Edizioni di storia e letteratura, 2017)

Il poeta e la grazia conduce il lettore nell'officina creativa di Elsa Morante. Grazie all'esame delle carte autografe, viene alla luce l'intero percorso che ha portato alla nascita delle sue opere come oggi le conosciamo, dalla genesi al rapporto con le fonti storiche e letterarie. In particolare, viene ricostruito il processo di filiazione della Storia dall'inedito Senza i conforti della religione, e le tappe della progressiva emancipazione da questo progetto narrativo, iniziato nel 1957. Riscritture, rifacimenti, impasse compositive permettono di sondare i meccanismi della narrazione e gli snodi comunicativi del romanzo del '74. Ne emerge il peso specifico rilevante del personaggio di Davide Segre nell'economia del romanzo: è anche attraverso la messa a fuoco del fallimento esistenziale di questo personaggio che Elsa Morante denuncia lo scandalo che dura da diecimila anni, approdando al titolo definitivo La Storia
Al termine di questo percorso interpretativo, il volume presenta alcuni degli apparati editoriali che la scrittrice aveva redatto per il lancio e per la prefazione all'edizione americana (1977): si tratta di testi che, in buona parte inediti, offrono l'opportunità di leggere il celebre romanzo, oggetto di un intenso dibattito in occasione della sua pubblicazione, attraverso le parole dell'autrice stessa.


Serena Pierotti